I mercati valutari hanno registrato due scosse distinte ma accomunate da tensioni commerciali e geopolitiche: il dollaro canadese è sceso dopo la risposta di Ottawa ai nuovi dazi statunitensi, mentre il rial iraniano ha subito un nuovo crollo sul mercato nero, arrivando a circa 2 milioni per un dollaro.
Nel caso del Canada, sabato gli Stati Uniti hanno imposto dazi del 50% su merci per circa 20 miliardi di dollari, pari al 5,5% delle esportazioni canadesi verso gli Usa. Tra i prodotti colpiti figurano anche cemento e mazze da hockey. In risposta, il primo ministro Mark Carney ha annunciato contromisure contro acciaio e prodotti lattiero-caseari americani, con entrata in vigore dall’8 settembre. Domenica Washington ha avvertito Ottawa che una guerra commerciale avrebbe effetti «devastanti».
Secondo Stephen Innes di Quintex Intel, il mercato teme che la promessa di Carney di reagire «per ogni dollaro» possa trasformare la disputa in un circolo vizioso di ritorsioni. L’analista ha anche osservato che il Canada è «un’economia più piccola e più aperta» e dispone quindi di meno margine per assorbire uno shock prolungato. Alle 12 ora italiana il dollaro canadese cedeva lo 0,54% sul dollaro Usa, a 1,3836 dollari canadesi per un dollaro statunitense. Nello stesso momento il biglietto verde guadagnava lo 0,13% contro l’euro, a 1,1663 dollari per euro.
In Iran, il rial ha accelerato il deprezzamento in vista di una nuova stretta economica annunciata da Washington. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito le imminenti sanzioni contro Teheran un «D-Day economico». La valuta iraniana si è indebolita ulteriormente rispetto alla fine di dicembre, quando un dollaro valeva circa 1,45 milioni di rial, in un contesto aggravato da tensioni interne, proteste e dagli effetti del conflitto con Israele.
Le autorità iraniane invitano alla calma. Il governatore della Banca Centrale, Abdolnaser Hemmati, ha definito il deprezzamento un fenomeno «temporaneo» e, in un intervento trasmesso dalla televisione di Stato, ha affermato che «questi shock (economici) che vengono creati sono essenzialmente propaganda politica americana», aggiungendo di essere certo che «la situazione migliorerà e i problemi saranno risolti». Le rassicurazioni si scontrano però con la sfiducia di operatori economici e cittadini, che continuano a rifugiarsi nelle valute forti.
Resta infine sullo sfondo il nodo energetico dello Stretto di Hormuz. Secondo Bloomberg, nella notte sono transitati circa 16 milioni di barili di petrolio, mentre gli Stati Uniti hanno annunciato iniziative per favorire il passaggio di 660 milioni di barili lungo la rotta strategica.




