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Terremoto del 24 agosto 2016, dieci anni dopo restano ferite aperte e ricostruzione lenta

Terremoto del 24 agosto 2016, dieci anni dopo restano ferite aperte e ricostruzione lenta

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A dieci anni dal terremoto del 24 agosto 2016, il Centro Italia fa i conti con una ferita ancora aperta: oltre 300 morti complessivi, con 250 nella provincia di Rieti e 239 ad Amatrice, e una ricostruzione che procede ancora a rilento.

La scossa più forte, di magnitudo 6.0, fu registrata alle 3.36 con epicentro nell’area tra Accumoli, Amatrice e Arquata del Tronto. Da lì iniziò una sequenza sismica che proseguì per mesi e venne aggravata anche dal sisma del 30 ottobre, in un territorio che oggi viene descritto come segnato da difficoltà ancora irrisolte.

Secondo i dati citati da ActionAid, per due opere pubbliche su tre la ripartenza non è ancora avvenuta. In alcuni casi, gli interventi si sono bloccati perfino per vincoli burocratici considerati paradossali: ad Accumoli, per esempio, alcuni lavori furono fermati perché ritenuti «non conformi al piano regolatore vigente», nonostante il comune fosse stato devastato dal sisma.

Accanto ai ritardi, nell’anniversario viene ricordata anche la risposta immediata dei soccorsi e della solidarietà. Associazioni, istituzioni, forze armate e cittadini si attivarono fin da subito; il genio militare dell’esercito ripristinò le principali vie di comunicazione in tre giorni con ponti provvisori, mentre la Protezione civile del Friuli Venezia Giulia realizzò in una settimana un plesso scolastico modulare e provvisorio. Restano richiamati i Vigili del fuoco, la Protezione civile, Carabinieri, Polizia, Guardia di finanza ed Esercito, insieme agli aiuti arrivati da Roma, dai cittadini romani, da Paesi europei come Germania e Regno Unito, da imprese private e dal governo italiano.

La fase successiva all’emergenza, però, è stata descritta come frenata da lungaggini, norme complesse e continui cambi di vertice: vengono citati cinque commissari straordinari nominati da sei governi diversi.

Anche l’Ingv, nel ricordare l’anniversario, parla di una delle sequenze sismiche più complesse, estese e distruttive dell’Appennino centrale. In dieci anni, afferma l’istituto, sono stati localizzati oltre 150 mila terremoti nell’area. Il presidente Fabio Florindo ha detto che il primo pensiero va alle 299 vittime, alle famiglie e alle comunità colpite, spiegando che l’istituto lavorò «giorno e notte» fin dalle prime ore per monitorare la sequenza, analizzare i dati e supportare la Protezione civile. Florindo ha aggiunto che oggi si conosce meglio la pericolosità sismica e che le reti di sorveglianza sono attive 24 ore su 24, ma ha avvertito: «Non possiamo sapere quando e dove avverrà il prossimo forte terremoto». Per questo, ha sostenuto, conta ridurre la vulnerabilità di edifici e infrastrutture e aumentare la consapevolezza dei cittadini.

Nel quadro delle commemorazioni, oggi la premier Giorgia Meloni sarà ad Amatrice e prenderà parte alle 16.30 alla cerimonia di commemorazione. Nella prefazione del libro “Le pietre della rinascita”, presentato al Meeting di Rimini, ha scritto che il governo ha lavorato per imprimere «una decisa accelerazione nella ricostruzione post sisma» dopo «troppi rinvii e false partenze», definendo il cratere sismico «il cantiere più grande d’Europa». Secondo Meloni, lì non si stanno ricostruendo solo case, edifici pubblici, chiese e fabbriche, ma anche la vita di un’intera comunità.

Anche il commissario Guido Castelli ha collegato la presenza della presidente del Consiglio a un segnale concreto dello Stato verso le comunità dell’Appennino centrale. Ha ricordato che alle 3.36 «una scossa cancellò borghi, storie e quasi trecento vite», ha ribadito il dovere delle istituzioni di stringersi ai familiari delle vittime e ha indicato come obiettivo il ritorno dei cittadini nelle loro case, fino al rientro dell’ultima famiglia.

Nel messaggio diffuso al termine dell’Angelus, papa Leone XIV ha ricordato il decimo anniversario del sisma e ha detto: «Prego per i defunti e per le loro famiglie e per tutte le comunità coinvolte», invitando a far continuare «la fede e la solidarietà» a sostenere la ricostruzione. Dal territorio, il sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi ha affermato che «ora non ci sono più ostacoli alla ricostruzione», mentre il vescovo di Rieti, monsignor Vito Piccinonna, ha avvertito che la popolazione «non può più aspettare oltre risposte che non arrivano» e che «adesso è il tempo dei fatti».

Le celebrazioni, dunque, si intrecciano con una richiesta chiara: accelerare i cantieri e restituire stabilità a un’area che, dieci anni dopo il sisma, porta ancora i segni di quella notte.

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