Venerdì sera allo stadio Iacovone di Taranto, durante un passaggio legato ai Giochi del Mediterraneo, Giorgia Meloni è stata contestata da esponenti dei collettivi “No Ilva”. La premier è stata fischiata e nel settore sono comparsi cartelli con la scritta «Ilva is the killer».
Secondo quanto riferito, Meloni ha reagito senza irrigidirsi, dicendo di comprendere il dissenso di chi vive in città e assicurando che il governo continuerà a lavorare sul dossier. Nei prossimi giorni è atteso un nuovo tavolo per esaminare le manifestazioni di interesse sul futuro dello stabilimento.
La protesta si inserisce in una frattura che dura da anni e che attraversa sette governi, da Monti a Meloni, passando per Letta, Renzi, Gentiloni, Conte e Draghi. La vicenda dell’ex Ilva di Taranto resta infatti senza una soluzione definitiva capace di tenere insieme produzione, occupazione, ambiente e salute. La crisi si apre nel 2012, con il governo Monti, quando la magistratura tarantina sequestra gli impianti nell’inchiesta “Ambiente Svenduto”, dando avvio a una lunga stagione di commissariamenti straordinari, decreti e piani ambientali.
Nel 2018, sotto il governo Gentiloni, arriva quella che sembrava una svolta: ArcelorMittal si aggiudica gli impianti e promette investimenti, rilancio produttivo e completamento del piano ambientale. L’intesa si incrina però rapidamente, anche per le tensioni su investimenti, livelli occupazionali, produzione e scudo penale. Con il governo Conte la relazione precipita fino alla crisi dell’accordo e il futuro dell’acciaieria torna allo Stato.
Nel 2021, con Draghi, Invitalia entra nella gestione con una partecipazione pubblica destinata a crescere. Anche questa strada non risolve il nodo. Con il governo Meloni, nel 2024, l’ex Ilva torna in amministrazione straordinaria e oggi Acciaierie d’Italia è di nuovo sotto controllo pubblico, in cerca di un investitore capace di rilanciare lo stabilimento e affrontare la transizione industriale e ambientale.
La situazione è descritta come critica: su circa 9.700 addetti complessivi, quasi 4.500 sono in cassa integrazione straordinaria, con una proroga che dovrebbe arrivare fino a marzo 2027 e risorse pubbliche in esaurimento. Dei quattro altoforni di Taranto ne funziona uno solo e la produzione è ai minimi storici; secondo le valutazioni tecniche citate dal ministero, anche un riavvio progressivo degli impianti non garantirebbe nell’immediato un forte aumento dell’output. Sul fronte della vendita sono in corso contatti con possibili investitori, tra cui Bedrock Industries e Flacks Group, mentre un terzo operatore estero resta coperto da riservatezza.
Accanto alla crisi industriale resta centrale il nodo sanitario. I sindacati citano un aumento dei tumori tra i lavoratori e una crescita dell’incidenza tumorale infantile nei quartieri più esposti, come Tamburi e Paolo VI. Il quadro viene richiamato come tema da valutare con rigore scientifico, ma continua ad alimentare la percezione dell’ex Ilva come questione che va oltre l’acciaio e l’occupazione, toccando salute pubblica e fiducia nelle istituzioni.




