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Ex Ilva, ricorso in Cassazione contro lo stop dell’area a caldo di Taranto

Ex Ilva, ricorso in Cassazione contro lo stop dell’area a caldo di Taranto

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Ilva in amministrazione straordinaria ha presentato ieri in Cassazione un ricorso per provare a fermare il decreto della Corte d’Appello di Milano che impone entro 90 giorni lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, ritenuta inquinante per polveri sottili e amianto.

Secondo i ricorrenti, il termine ultimo cadrebbe prima della fine di ottobre e in particolare il 28 ottobre sarebbe la data entro cui gli impianti dovrebbero fermarsi. Il ricorso chiede la «cassazione del decreto n. 425/2026 emesso in data 9 luglio 2026 dalla Corte d’Appello di Milano» ed è indirizzato contro il gruppo di cittadini tarantini che aveva promosso il giudizio, oltre che contro Regione Puglia, Gruppo di intervento giuridico, Codacons, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia holding, entrambe in amministrazione straordinaria, e contro le procure di Milano e della Cassazione.

Nel ricorso, articolato in 14 motivi, la società contesta anzitutto che la Corte d’Appello abbia deciso su materie riservate al giudice amministrativo e abbia invaso competenze della pubblica amministrazione. La tesi è che i giudici milanesi si sarebbero sostituiti alle amministrazioni impegnate nel riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale del 2025, fissando direttamente il contenuto futuro dell’autorizzazione invece di rimettersi all’autorità competente sul perimetro dell’AIA e sulle prescrizioni necessarie a ridurre l’impatto ambientale.

Ilva contesta anche la disapplicazione dell’AIA 2025, del decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica n. 278/2023 e del precedente parere dell’Ispra, sostenendo che ciò sia avvenuto senza i presupposti previsti. Nel ricorso viene inoltre annunciata la presentazione contestuale di un’istanza di sospensione degli effetti del provvedimento, destinata alla stessa Corte d’Appello.

La difesa sostiene che il rapporto tra prescrizioni istruttorie e successivo aggiornamento non equivalga a una proroga delle misure ambientali, ma rappresenti il meccanismo con cui il legislatore adegua l’autorizzazione all’evoluzione tecnica e alle migliori tecniche disponibili. Secondo gli avvocati, la decisione impugnata rovescerebbe la natura dell’AIA prevista dalla normativa e dalla giurisprudenza costituzionale, trasformandola in un atto chiamato a definire fin dall’inizio ogni futuro intervento. La società aggiunge che non si può parlare di sacrificio indebito della tutela ambientale durante gli studi di fattibilità, perché le prescrizioni disapplicate non sarebbero condizioni ancora mancanti per rendere conforme lo stabilimento, mentre l’AIA 2025 risulterebbe già immediatamente efficace e imporrebbe il rispetto dei limiti e delle prescrizioni stabiliti.

Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, che gestisce gli impianti, dovrebbe a sua volta presentare entro fine mese un ricorso in Cassazione per scongiurare lo stop dell’area a caldo. Non è escluso che si associ agli atti già depositati da Ilva, come accaduto in precedenti contenziosi.

Di segno opposto la posizione dell’avvocato Maurizio Rizzo Striano, che ha assistito i ricorrenti tarantini davanti al Tribunale di Milano, alla Corte di Giustizia Ue e poi in Appello. Il legale ha definito l’impugnazione «non ha alcuna speranza di un suo accoglimento» e ha ricordato che il ricorso in Cassazione non sospende il decreto milanese, mentre la decisione della Suprema Corte arriverebbe comunque oltre la scadenza del 28 ottobre. Per Rizzo Striano, la mossa delle società mira piuttosto a ottenere dalla Corte d’Appello la sospensione dell’esecutività in attesa della Cassazione; una scelta che, se accolta, potrebbe aggravare la situazione dei lavoratori, della finanza del gruppo e del futuro di Taranto, oltre ai danni alla salute che attribuisce alla prosecuzione dell’attività.

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