Il bando per la vendita dell’ex Ilva dovrà essere rifatto. È questa la conclusione emersa nel vertice di oggi a Palazzo Chigi, durato circa tre ore e mezza, al quale hanno partecipato il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, i ministri Giancarlo Giorgetti, Adolfo Urso e Marina Calderone, i commissari di Ilva e Acciaierie d’Italia e i sindacati Fim, Fiom, Uilm, Usb e Ugl.
La revisione della gara arriva dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano, che ha ordinato la chiusura entro 90 giorni dell’area a caldo di Taranto perché ritenuta inquinante e nociva per salute e ambiente, anche per la presenza di polveri sottili e amianto. Acciaierie d’Italia ha inoltre sostenuto che non sia tecnicamente possibile rimuovere l’amianto residuo entro i tre mesi fissati dai giudici.
Nel confronto, la prospettiva dell’area a caldo è cambiata in modo sostanziale e con essa l’intero impianto della vendita. Non si è parlato né dell’offerta del gruppo indiano Jindal, considerata in posizione avanzata, né della proposta del fondo statunitense Flacks tramite la nuova società Flacksider, perché la gara originaria comprendeva sia le aree a caldo sia quelle a freddo e quell’assetto oggi appare meno praticabile. Non è stata affrontata neppure l’ipotesi di impugnare il decreto della Corte d’Appello; fonti vicine ad Acciaierie d’Italia riferiscono che su questo punto non è stata presa alcuna decisione.
La linea indicata è quella di un “piano straordinario”, ancora da definire nei contenuti. L’idea è di costruire un nuovo bando di gara, misure di tutela per i lavoratori, compresi gli ammortizzatori sociali, e nuovi investimenti nell’area di Taranto. Per mettere a punto il progetto, martedì si riunirà per la prima volta al Mimit un tavolo tecnico con ministeri, sindacati ed enti locali.
Nel frattempo è stato chiarito che non partirà alcuna operazione di spegnimento dell’area a caldo prima che il piano prenda forma. I sindacati hanno ricordato che restano 90 giorni prima dello stop disposto dai giudici e chiedono di usare questo tempo per cercare alternative.
Mantovano ha spiegato che il piano non deve restare uno slogan e che serve una valutazione tecnica delle conseguenze del decreto, oltre a verificare il coinvolgimento di altri investitori, soprattutto italiani, e le risorse disponibili. Ha detto che bisogna definire i presupposti del piano «affinché non rimanga uno slogan» e per garantire un futuro occupazionale a chi rischia di perdere il lavoro.
Sul fronte sindacale è stata annunciata prossimamente una sciopero di 8 ore all’ex Ilva, ma le organizzazioni dei lavoratori hanno comunque condiviso la necessità di un intervento straordinario. Davide Sperti della Uilm ha chiesto «un solo decreto che si occupi dei lavoratori» e della città. Ferdinando Uliano della Fim Cisl ha osservato che impedire la chiusura delle aree a caldo significa costruire alternative e che «il tempo ce lo dobbiamo prendere» per trovarle. Michele De Palma della Fiom Cgil ha parlato di «un mese di tempo» per ottenere garanzie su siderurgia, occupazione e salari. L’Usb, infine, rilancia la nazionalizzazione, sostenendo che «serve per assumere il controllo delle decisioni industriali» e difendere produzione e occupazione.


