A Ceuta, la crisi migratoria aperta dall’afflusso di massa del 30 luglio si è ulteriormente aggravata con l’emersione di sei presunte aggressioni sessuali ai danni di migranti. Un tribunale della enclave spagnola sul Nord Africa ha avviato un’indagine sui sei episodi, confermati dalla Delegazione del governo spagnolo a Ceuta, mentre le denunce sono state trasmesse alle autorità giudiziarie e alla polizia.
Secondo fonti sanitarie citate dalla stampa spagnola, nella maggior parte dei casi le presunte vittime sarebbero donne. Non si esclude però il coinvolgimento anche di uomini e minori. Al momento, in base alle informazioni disponibili, non risultano arresti collegati ai fatti e non sono stati resi noti altri dettagli sulle singole circostanze.
Parallelamente resta aperta l’emergenza legata alla presenza di migliaia di persone nel territorio. Il presidente della comunità autonoma Juan Vivas ha detto che nell’area restano tra gli 8 mila e gli 11 mila migranti arrivati durante l’ondata del 30 luglio, definendo la situazione «assolutamente insostenibile». Ha respinto l’idea che la città sia tornata alla normalità e ha chiesto il rimpatrio in Marocco di tutti coloro che sono ancora a Ceuta.
Vivas ha indicato come unica soluzione il passaggio attraverso il valico di Tarajal, affermando che «L’unica via d’uscita è il Marocco, attraverso il valico di frontiera di Tarajal». Ha aggiunto che per chi resta «qui non ci saranno documenti» né «alcuna possibilità di recarsi nella penisola». Il presidente ha avvertito che, senza interventi, l’incertezza continuerà a pesare sul futuro e sulla stabilità della città.
Nel suo appello al governo centrale, Vivas ha chiesto un rafforzamento immediato delle risorse materiali e umane per accelerare i rimpatri, oltre a una maggiore presenza di Polizia Nazionale e Guardia Civil nelle strade. Ha domandato anche la continuità della presenza dell’esercito per garantire sicurezza alla popolazione. Rivendicando di chiedere soltanto ciò che spetta alla città, ha richiamato la «lealtà istituzionale, responsabilità e senso del dovere verso lo Stato», sollecitando Madrid ad agire più rapidamente.
Sullo sfondo resta infine l’attesa per il 15 agosto, data indicata come possibile nuovo momento di pressione sulla frontiera.




