Si apre una possibile svolta per l’ex Ilva: dopo i due vertici convocati al Mimit e presieduti da Adolfo Urso, le principali rappresentanze della siderurgia italiana hanno detto di essere pronte a valutare una cordata italiana per intervenire sul dossier, alla luce della decisione della Corte d’Appello di Milano che ha imposto la chiusura dell’area a caldo entro 90 giorni, termine ormai sceso a circa 80 giorni.
La prospettiva cambia anche per il perimetro industriale dell’impianto. Senza l’area a caldo e in attesa dei nuovi forni elettrici, resterebbe soprattutto l’area a freddo, meno onerosa e senza vincoli giudiziari: è su questo scenario che i grandi gruppi dell’acciaio stanno valutando se e come entrare in campo.
Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha spiegato che «si aprono le condizioni per valutare una cordata italiana che abbia a cuore l’industria di base del Paese». Antonio Gozzi, alla guida di Federacciai, ha riferito che le imprese si sono impegnate a studiare il dossier e ad analizzare «se esistono le condizioni e le possibilità di ingaggiare una cordata di siderurgici italiani», con l’obiettivo del «rilancio degli impianti di Taranto non bloccati dalla sentenza di Milano». Per Simone Bettini, presidente di Federmeccanica, «è necessario fare subito tutto ciò che serve per salvaguardare un asset strategico del Paese».
Urso ha accolto positivamente l’apertura del sistema industriale e, intervenendo alla Camera nel question time, ha definito il tavolo «serio e proficuo». Il ministro ha aggiunto che «ci sono le condizioni» per valutare una cordata promossa dall’industria italiana capace di presentare una proposta per «il salvataggio e il rilancio della produzione siderurgica a Taranto e negli stabilimenti dell’Ilva». Ha anche chiarito che, se l’ipotesi prendesse forma, si affiancherebbe alla proposta del gruppo indiano Jindal, che – ha confermato – aveva già sostanzialmente trovato una soluzione con un investimento, poi sospeso perché la sentenza di Milano ha cambiato le condizioni. In questo quadro, Urso ha lasciato intendere che non sarebbe necessario rifare da capo la gara, già avviata in due bandi, ma aggiornare quella esistente alla nuova situazione.
Al vertice erano presenti, tra gli altri, Marcegaglia, Banzato, Pasini, Pittini, Danieli, Beltrame e Brunori; assente Arvedi, indicato in passato come possibile investitore. Parallelamente, il ministro ha parlato di oltre 17 progetti di investimento, per più di 2 miliardi di euro complessivi e una diversificazione in almeno otto settori, con ricadute occupazionali rilevanti. Tra i nomi già noti ci sono Renexia del gruppo Toto, Vestas e Webuild; tra le novità figura Pirelli, che ha comunicato l’intenzione di un nuovo investimento in Puglia dopo quello di Bari.
In un incontro con Regione Puglia, Provincia di Taranto e Comuni di Taranto e Statte, Urso ha detto che le aree disponibili ci sono e che anche quelle liberate dall’area a caldo saranno messe a disposizione delle nuove attività. Il governo valuterà inoltre la nomina di un commissario per guidare il processo di reindustrializzazione. Presenti il governatore Antonio Decaro, il presidente della Provincia Gianfranco Palmisano, e i sindaci Piero Bitetti e Fabio Spada, che hanno accolto con favore le nuove iniziative produttive ma hanno chiesto che vengano definite e ufficializzate.
Per gli enti locali, tuttavia, resta centrale il futuro dell’ex Ilva. Decaro ha detto che «bisogna partire dal polo siderurgico decarbonizzato che deve restare a Taranto» e che «è necessaria la presenza dello Stato». Bitetti ha spiegato che il Comune si esprimerà solo davanti a «una proposta definitiva», magari con lo Stato come garante. Spada ha chiesto di chiarire con urgenza il futuro dello stabilimento e le reali prospettive dell’azienda. Palmisano, infine, ha chiesto di conoscere il piano industriale nazionale sull’acciaio green, lamentando che «sul percorso di decarbonizzazione non abbiamo ricevuto alcuna risposta chiara».




