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Ranucci a Lavarone: «L’azienda può fare quello che vuole, è l’azienda»

Ranucci a Lavarone: «L’azienda può fare quello che vuole, è l’azienda»

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Sigfrido Ranucci è tornato a parlare oggi a Lavarone, in Trentino, durante la presentazione del libro “Il ritorno della Casta”, affrontando sia il tema del suo futuro in Rai sia gli sviluppi della vicenda che lo riguarda sul piano personale e giudiziario.

Sulla possibile sostituzione alla guida di “Report” da parte dell’azienda, il giornalista ha scelto una risposta netta e asciutta: «L’azienda può fare quello che vuole, è l’azienda». Non ha aggiunto altro sulla sua posizione in Rai.

Più deciso il passaggio dedicato alla sicurezza. Ranucci ha replicato indirettamente alla presidente della commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, che aveva sostenuto come non fosse più necessario rafforzare la sua scorta: «Non spetta a lei decidere sull’eventuale riduzione della scorta». Davanti a centinaia di persone tra la sala congressi e l’esterno, ha anche detto di sentirsi nel posto giusto: «Sto benissimo, tra la mia gente sto benissimo».

Il giornalista non ha invece voluto entrare nel merito dell’inchiesta che riguarda il suo amico Valter Lavitola, indicato come mandante dell’attentato del 16 ottobre scorso. Ha spiegato che parlerà prima con la magistratura: «Io non vedo l’ora di parlare… Dell’inchiesta non parlo per rispetto dei giudici».

Nel corso dell’evento ha definito “vergognosa” la pubblicazione su un giornale dei presunti compensi della squadra di “Report”, sostenendo che quelle cifre comprendano non solo stipendi ma anche spese di trasferta, montaggio, grafica e altri costi di produzione. Ha aggiunto che è grave anche la provenienza del documento: «E’ vergognoso che da dentro la Rai sia stato passato questo documento».

Intanto, sul fronte giudiziario, emergono nuovi elementi sui rapporti tra Ranucci e Lavitola prima e dopo l’attentato. Secondo l’avvocato Arturo Cola, il suo assistito avrebbe raccontato di aver avvertito il giornalista dei rischi già il 7 settembre 2025, quando i due si sarebbero incontrati nella villetta di Ranucci a Torvajanica. Cola ha riferito che Lavitola è “molto affranto” e si sente in colpa per aver coinvolto persone a cui tiene, tra cui Ranucci e Gomes Clesio Tavares.

La difesa sostiene che, se il giornalista confermasse quell’avvertimento, il quadro del movente potrebbe rafforzarsi: «Se sentono Ranucci, e Ranucci conferma questa cosa… il movente che oggi non è creduto può ricevere dei riscontri formidabili». Sempre secondo la ricostruzione legale e gli atti citati, il 7 settembre sarebbe stata la prima volta in cui Lavitola entrò nella proprietà del conduttore, con la posizione della casa indicata tramite un messaggio; il telefono del faccendiere avrebbe agganciato per circa due ore e 45 minuti una cella compatibile con la zona.

Otto giorni dopo, stando alla ricostruzione dell’ordinanza di custodia cautelare, Lavitola sarebbe tornato nei dintorni con Gomes Clesio Tavares per un sopralluogo, fermandosi per circa mezz’ora davanti all’abitazione mentre Ranucci non era in casa. Un altro passaggio delicato riguarda quanto il giornalista disse il 17 ottobre in Procura dopo l’esplosione dell’ordigno: in quell’occasione indicò piste come il narcotraffico messicano di Sinaloa e vicende legate ai servizi segreti, ma non fece cenno al presunto avvertimento di settembre.

Il quadro si complica con i messaggi che Lavitola avrebbe inviato a Ranucci il 20 ottobre, quattro giorni dopo l’attentato: «Dammi retta, ti scongiuro il nome di Dio» e poi «Ti scongiuro, ti prego, non sottovalutare questa cosa». Ranucci avrebbe risposto in modo rassicurante, senza dire all’amico di aver già chiesto il potenziamento della scorta. Per la difesa, questi elementi indicherebbero un attentato dimostrativo, pensato per ottenere un rafforzamento della protezione del giornalista.

Cola ha infine spiegato che il 15 agosto è già stato presentato il ricorso al Riesame e che l’udienza dovrebbe tenersi la prossima settimana. Ha chiarito che con Lavitola verranno verificate eventuali integrazioni alle dichiarazioni, concentrandosi sulla modalità dell’attentato e sul movente: «Non si tratta di ritrattare o di dire cose diverse». La difesa contesta anche l’interpretazione dell’ordinanza secondo cui Lavitola avrebbe dato l’ordine di sparare e ribadisce che, agli atti, emergerebbe invece la volontà che «non si dovesse far male a nessuno».

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