L’AI Act rappresenta un passaggio importante, ma non basta a colmare il ritardo europeo nell’intelligenza artificiale. È la lettura di Stefano Epifani, presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, secondo cui l’Unione europea ha costruito il quadro regolatorio più avanzato al mondo, senza però investire con la stessa decisione in capacità industriale, infrastrutture e capitali necessari per produrre e governare l’IA.
Per Epifani, il nodo non è lo scontro tra tutela dei cittadini e libertà d’impresa. Il vero squilibrio sta piuttosto nella distanza tra l’attenzione dedicata alle regole e la debolezza degli investimenti. In questo quadro, osserva anche che la normativa protegge dai danni visibili dei sistemi, ma non affronta il rischio della “delega cognitiva”, cioè la tendenza a smettere di decidere davvero affidandosi all’intelligenza artificiale.
Il presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale giudica sostanzialmente inevitabile il rinvio degli obblighi per i sistemi ad alto rischio inclusi nell’Allegato III, spostati a dicembre 2027 e agosto 2028. La scelta, spiega, dipende dalla mancanza di standard tecnici e dall’inerzia dell’apparato di applicazione: non una resa, ma la presa d’atto che il calendario normativo era rimasto scollegato dalla macchina tecnica.
Sulle nuove regole di trasparenza, Epifani precisa che da oggi si applica integralmente l’articolo 50: chi interagisce con un sistema di IA deve essere informato, i deepfake vanno segnalati e i contenuti sintetici devono risultare leggibili dalle macchine. Il 2 dicembre, aggiunge, riguarda soltanto una coda transitoria per i sistemi generativi già presenti sul mercato.
La trasparenza, però, funziona solo se accompagnata dall’alfabetizzazione. Epifani richiama i dati secondo cui il 42,3% degli italiani usa ChatGPT, ma il 20,7% dichiara di non conoscerlo affatto. Senza competenze, sostiene, l’onere informativo ricade inutilmente sull’utente.
Lo stesso problema, secondo la sua analisi, emerge anche nelle imprese italiane. Una rilevazione DISI indica che il 46,9% dei titolari di microimprese non capisce a cosa serva l’IA nella propria attività; la quota sale al 52,3% tra le imprese digitalmente più mature e al 62,5% nelle “insostenibili digitali”. Inoltre, il 63,5% non si aspetta impatti rilevanti nei prossimi tre-cinque anni. Per Epifani, dunque, il rischio non è tanto subire la normativa quanto non accorgersi della trasformazione in corso.
Il principio di regolazione basato sul rischio viene considerato corretto in sé, ma l’AI Act, osserva, resta ancorato a casi d’uso predefiniti e fatica a seguire sistemi che cambiano rapidamente e che possono rientrare in categorie diverse a seconda del contesto. Nel pacchetto “omnibus” di semplificazione approvato di recente, Epifani vede elementi tecnicamente difendibili perché eliminano sovrapposizioni con la normativa di prodotto e riducono duplicazioni. Avverte però che il messaggio politico percepito è quello di una marcia indietro europea, e che uno slittamento deciso all’ultimo momento rischia di indebolire la credibilità dell’intero calendario regolatorio.
Nel confronto con Stati Uniti e Cina, Epifani esclude che il divario competitivo nasca dall’AI Act. Ricorda infatti che i colossi americani investiranno nel solo 2026 oltre 700 miliardi di dollari in data center, chip e infrastrutture, mentre i 200 miliardi di InvestAI europei comprendono in gran parte impegni già esistenti e fondi già programmati. Per le startup europee, il problema non sarebbero gli obblighi in sé, ma l’incertezza su come dimostrarne la conformità, anche per il ritardo degli standard tecnici e per la definizione ancora recente delle autorità nazionali.
Epifani respinge infine l’idea di una competitività europea costruita soltanto con le regole. Per lui non basta il modello del GDPR: contano soprattutto calcolo, capitale e talento. Una regolazione, però, può creare mercato se introduce verifica, auditabilità, tracciabilità e misurazione, a condizione che la sovranità digitale venga costruita con apertura, modelli a pesi aperti e piattaforme interoperabili, non con la chiusura.




