Valter Lavitola prepara nuove dichiarazioni in vista dell’udienza del Riesame attesa la prossima settimana, dopo il ricorso presentato il 15 agosto contro il rigetto dei domiciliari. Il suo avvocato, Arturo Cola, ha spiegato che il assistito intende integrare quanto già detto, concentrandosi soprattutto sulla modalità esecutiva dell’attentato e sul movente.
Secondo il legale, non si tratterebbe di una ritrattazione, ma di una “interpretazione autentica” della versione già resa. La difesa punta in particolare su un passaggio ritenuto decisivo: Lavitola avrebbe avvertito Sigfrido Ranucci dei rischi già prima dell’esplosione dell’ordigno, e avrebbe affrontato anche il tema della sicurezza.
Arturo Cola ha riferito che questo colloquio sarebbe avvenuto il 7 settembre 2025, quando i due si incontrarono nella villetta di Ranucci a Torvajanica. Secondo la ricostruzione richiamata da Libero e dagli atti dell’indagine, quella sarebbe stata la prima volta in cui Lavitola entrò nella proprietà: la posizione dell’abitazione gli sarebbe stata indicata da Ranucci con un messaggio e il telefono del faccendiere avrebbe agganciato per circa due ore e 45 minuti una cella compatibile con la zona. Otto giorni dopo, sempre secondo l’ordinanza di custodia cautelare, Lavitola sarebbe tornato nell’area con il suo factotum Gomes Clesio Tavares per un sopralluogo di circa mezz’ora, mentre Ranucci non era in casa.
La difesa sostiene che, se Ranucci confermasse di essere stato avvertito, il movente oggi contestato potrebbe trovare riscontri rilevanti. Questa lettura, però, si confronta con quanto risulta dalla deposizione resa dal giornalista in Procura il 17 ottobre, dopo l’esplosione davanti alla sua abitazione: in quell’occasione Ranucci indicò varie piste investigative, dal narcotraffico messicano di Sinaloa alle ipotesi sui servizi segreti, ma non fece cenno a un precedente avvertimento ricevuto da Lavitola.
Nel quadro dell’indagine pesano anche i messaggi che Lavitola avrebbe inviato il 20 ottobre, quattro giorni dopo l’attentato: «Dammi retta, ti scongiuro il nome di Dio» e poi «Ti scongiuro, ti prego, non sottovalutare questa cosa». Ranucci, secondo la ricostruzione, avrebbe risposto cercando di tranquillizzarlo, senza però dirgli di aver già chiesto un rafforzamento della scorta. Per la difesa, l’obiettivo dell’azione sarebbe stato un attentato dimostrativo, pensato per ottenere proprio il potenziamento della protezione del conduttore di Report.
Nello stesso contesto, Lavitola ha affidato alla compagna una lettera diffusa dal Tg1 in cui scrive: «Non sono lucidissimo, anche se sto bene. Spero di avere gli arresti domiciliari, comunque ho chiesto se posso lavorare, qui in carcere ti assicuro è molto più pesante l’impotente attesa». Nella missiva aggiunge: «Ti ho già scritto che ti dovevo ascoltare. Ma ormai è tardi… Ho provato delle sofferenze e frustrazioni che mi sembrava mi sbranassero». Cola ha confermato che il suo assistito vive un momento psicologico difficile e si sente in colpa per avere coinvolto, a suo dire, sia Gomez sia Ranucci.
Il giudice Iole Moricca, nell’ordinanza che ha portato al carcere di Rebibbia dal 10 agosto, ha però osservato che Lavitola, pur ammettendo di essere il mandante, avrebbe cercato di ridimensionare il proprio ruolo nell’organizzazione dell’azione, negando di conoscere le modalità esecutive e di aver fatto il sopralluogo del 15 settembre 2025. L’ordinanza contesta anche il movente indicato dalla difesa, ritenuto inverosimile perché fondato sull’idea di aver agito solo nell’interesse della persona offesa, e considera non credibile anche l’ipotesi che l’uso dell’ordigno esplosivo e il legame con il rafforzamento della scorta spieghino l’azione criminosa.




