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Lavitola resta in carcere: il gip respinge i domiciliari e conferma i rischi di recidiva, fuga e inquinamento

Lavitola resta in carcere: il gip respinge i domiciliari e conferma i rischi di recidiva, fuga e inquinamento

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Valter Lavitola resta in carcere a Rebibbia dopo il no del gip di Roma, Iole Moricca, alla richiesta di domiciliari avanzata dal difensore Sergio Cola e già contrastata dalla procura. Il giudice ha ritenuto che permanga “totalmente immutato il rischio di azioni recidivanti”, oltre al pericolo di inquinamento probatorio e di fuga.

Lavitola è arrestato da lunedì con l’accusa di essere il mandante dell’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci, avvenuto nell’ottobre scorso e contestato anche con l’aggravante del metodo mafioso. Nelle motivazioni dell’ordinanza, Moricca osserva che la misura in atto resta necessaria anche per la rete di contatti che l’indagato avrebbe in Italia e all’estero. I domiciliari, secondo il gip, potrebbero inoltre agevolare i contatti con Clesio Tavares, ancora in libertà e in Africa.

Il giudice definisce inoltre “inverosimili” le ricostruzioni difensive sull’uso dell’ordigno esplosivo e sul movente indicato da Lavitola, cioè la presunta volontà di rafforzare la scorta di Ranucci. Una tesi che, per l’ordinanza, non solo sarebbe poco credibile ma anche in contrasto con gli elementi investigativi. Moricca rileva anche che Lavitola, pur ammettendo di essere il mandante, avrebbe cercato di ridimensionare il proprio ruolo e di negare il sopralluogo del 15 settembre 2025.

Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, il giorno prima, Sergio Cola aveva riferito che il suo assistito «ha confermato l’ipotesi accusatoria della procura della Repubblica ammettendo di essere stato il mandante dell’attentato». L’avvocato ha poi spiegato che, secondo Lavitola, l’azione sarebbe stata compiuta per «tutelare l’incolumità di Ranucci», perché il giornalista era esposto a «parecchi pericolosi tentativi di aggressione» e all’epoca disponeva solo di due uomini di scorta. Cola ha anche sostenuto che l’attentato sarebbe stato «non per un movente politico», pur riconoscendo che avrebbe potuto aumentare la popolarità del conduttore, ma non per volontà del suo assistito.

Sulla confessione è intervenuto anche Roberto De Vita, difensore di Ranucci, che l’ha definita sconvolgente e ha parlato di “delirante teatro della follia” se il movente dovesse risultare davvero quello indicato. Il legale ha ricordato che Ranucci è sotto scorta ininterrottamente dal 2021 per minacce di morte valutate dal Viminale e che la sua popolarità era già molto alta in Italia e all’estero. Per questo, ha detto, il movente prospettato da Lavitola sarebbe “tra l’inutile e il rassicurante”, precisando però che una confessione non equivale ancora a una valutazione definitiva della credibilità.

Ranucci, intanto, ha affidato ai social una riflessione sulla sua vicenda, scrivendo: «La voce che spaventa.» e sostenendo che la storia italiana non eliminerebbe i suoi uomini migliori per debolezza ma per «eccesso di chiarezza». Il giornalista e conduttore di Report ha poi commentato anche le parole di Matteo Salvini, che a Roma aveva chiesto che «Coloro che sono coinvolti direttamente in questa vicenda oscura e preoccupante debbono prendersi una pausa» fino a quando la magistratura non avrà chiarito tutto. Ranucci ha letto quel passaggio come una richiesta di sospensione dalla Rai, scrivendo: «Il ministro Salvini chiede alla Rai la mia sospensione.»

Nel quadro dell’inchiesta emerge anche un ulteriore filone. Dal verbale dell’audizione in procura di Marco Bernardini, ex informatore del Sisde condannato in via definitiva per i dossieraggi illegali Telecom, risulta che Ranucci lo avrebbe indicato alla Procura di Roma nel novembre 2025 come persona utile a fornire elementi sull’attentato di Pomezia. Bernardini avrebbe raccontato di essere stato contattato dal giornalista nell’estate 2025, quando questi temeva di essere intercettato o pedinato, e di essersi poi rivolto a un ex collega dei servizi, indicato con le iniziali “S.L.”, per informazioni su presunte irregolarità interne all’Aisi. Nel suo racconto si tratterebbe però di accuse senza riscontri documentali e basate su riferimenti di terzi. Secondo quanto riportato, i magistrati avrebbero mostrato maggiore interesse per Giuseppe Deldeo, ex vicedirettore dei servizi e coinvolto nell’inchiesta sulla cosiddetta “Squadra Fiore”, l’agenzia investigativa privata in cui figuravano anche ex appartenenti ai servizi.

Infine, sul fronte Rai, oggi è stata consegnata all’amministratore delegato Giampaolo Rossi la relazione del Comitato etico sulla vicenda Ranucci. Fonti Rai riferiscono che Rossi la valuterà nei prossimi giorni, mentre il documento è secretato e non produrrebbe automatismi sulla scelta editoriale relativa a un’eventuale sostituzione di Ranucci alla guida di Report.

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