Valter Lavitola ha ammesso di aver ordinato l’attentato contro Sigfrido Ranucci, nel corso dell’interrogatorio di garanzia svolto a Rebibbia dopo l’arresto di lunedì con l’accusa di essere il mandante dell’azione avvenuta nell’ottobre scorso. A riferirlo è stato il suo avvocato, Sergio Cola, secondo cui l’indagato ha confermato l’impianto accusatorio della procura.
Cola ha spiegato che, nella ricostruzione fornita dal suo assistito, l’ordine sarebbe stato dato per tutelare l’incolumità del giornalista. Lavitola avrebbe sostenuto che Ranucci fosse esposto a più tentativi pericolosi di aggressione e che allora disponesse soltanto di due uomini di scorta. Sempre secondo quanto riportato dal legale, il gesto non avrebbe avuto motivazioni politiche e, pur senza quella che viene descritta come una sua intenzione, avrebbe potuto persino accrescere la popolarità del conduttore di Report.
La versione ha provocato la reazione di Roberto De Vita, avvocato di Ranucci, che ha definito la confessione «sconvolgente» e ha contestato il presunto movente. Il legale ha ricordato che il giornalista è sotto scorta ininterrottamente dal 2021 per la gravità delle minacce ricevute e ha osservato che la sua notorietà era già molto alta, in Italia e all’estero, da tempo.
Per De Vita, il racconto del movente si inserirebbe, se confermato, in una logica «inutile e rassicurante». Il difensore ha anche messo in dubbio la credibilità della confessione e ha denunciato che Ranucci sarebbe stato bersaglio di un attacco orchestrato, annunciando azioni legali contro chi, a suo dire, avrebbe alimentato una campagna diffamatoria.
Lo stesso Ranucci ha affidato ai social un messaggio dal tono amaro e allusivo: «La voce che spaventa. Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza.» Nel testo ha richiamato il tema della verità e del rischio che comporta raccontarla pubblicamente.
Intanto, sul piano investigativo, emerge un nuovo elemento dal verbale dell’audizione in procura di Marco Bernardini, ex informatore del Sisde condannato in via definitiva a 5 anni e 8 mesi per i dossieraggi illegali Telecom. Secondo quanto ricostruito da Libero, Bernardini sarebbe stato indicato dallo stesso Ranucci alla procura di Roma nel novembre 2025 come persona utile per chiarire aspetti legati all’attentato di Pomezia.
Nel verbale, Bernardini racconta di essere stato contattato da Ranucci nell’estate 2025, quando il giornalista avrebbe espresso timori di essere intercettato o pedinato. Aggiunge di aver poi sentito un ex collega dei servizi, indicato con le iniziali “S.L.”, dal quale avrebbe raccolto informazioni su presunte irregolarità interne all’Aisi. Le accuse riportate, prive di riscontri documentali, sarebbero basate su riferimenti indiretti, mentre i pm avrebbero mostrato maggiore interesse per Giuseppe Deldeo, ex vicedirettore dei servizi coinvolto nell’inchiesta sulla cosiddetta “Squadra Fiore”.
Del caso ha parlato anche Matteo Salvini, che a Roma ha chiesto una pausa a chi è coinvolto direttamente nella vicenda e ha detto: «Coloro che sono coinvolti direttamente in questa vicenda oscura e preoccupante debbono prendersi una pausa.» Il vicepremier ha aggiunto che, fino a quando non ci sarà chiarezza, è meglio attendere il lavoro della magistratura. Ranucci ha poi interpretato quelle parole come una richiesta di sospensione dalla Rai, commentando sui social: «Il ministro Salvini chiede alla Rai la mia sospensione.»




